
In questi giorni, ho riflettuto sul vecchio e ormai superato slogan che molti usavano quando veniva chiesto il titolo di studio: “l’università della vita”. Detto così, poteva anche sembrare interessante, un po’ idealistico. In sostanza, però, significava che non si possedeva un titolo di laurea e si cercava una “soluzione veloce”, magari simpatica, per giustificarsi.
La realtà, però, è ben diversa: tutti, alla fine, tengono alla laurea. Soprattutto i politici. Ci sono stati casi di “delfini” diventati “trote” che, pur essendo figli di onorevoli, tentarono di laurearsi in Albania con metodi di fortuna. La laurea di Christian Solinas, ex governatore della Regione Sardegna, ha suscitato non pochi dibattiti, e ora pare nella storia delle lauree complicate pare sia coinvolta anche l’attuale ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, accusata di aver usufruito di un percorso facilitato per ottenere il tanto ambito titolo di studio. “Ero una studentessa lavoratrice”, avrebbe dichiarato, e per questa categoria, sembra che ci sia un trattamento preferenziale. Forse è cambiato qualcosa ma ai miei tempi (1983) l’università che frequentavo, la domenica era chiusa e io, da studente lavoratore, non ho mai sostenuto un esame nei giorni festivi.
Non so come finirà questa vicenda, ma ciò che è certo è che si inserisce in una scenografia tipicamente italiana, dove, nei bar (anche nei migliori) e sui social, si vanta con orgoglio di aver frequentato “l’università della vita”. Ma, in fondo, se si guardano bene le cose, molti provano a percorrere tutte le strade possibili per arrivare alla laurea “vera”.
Personalmente, posso dire di essere laureato all’università degli studi, non all’università della vita. Sono stato uno studente lavoratore, e anche uno studente fuori corso. Una trafila dannatamente normale, come molti altri. Quindi, vi prego, non mettete la mia laurea nello stesso calderone di chi pensa che “l’università della vita” possa essere un’alternativa. Ci rimarrei davvero molto male.