
Lo strano caso del compagno Bialetti e il soffio dell’Amore.
Il racconto, uscito in quattro puntate sul quotidiano L’Unione Sarda, è dedicato calorosamente ad Andrea Camilleri, alla leggerezza e all’isola dell’Asinara, mia sperduta Avalon. Inoltre è dedicato a tutti quelli che hanno letto Il giorno di Moro, il piano zero, le destinazioni del cielo e hanno amato Claudio Marceddu.
A loro ricordo che il buon Claudio Marceddu è destinato a ritornare, prima o poi. Buona lettura.
La lettera è di quelle senza mittente, la solita e inutile lettera anonima che annuncia rivelazioni su qualche orrendo delitto o terribile segreto di questo paese. Sul mio tavolo aspetta con un silenzio avvolgente, vaporoso, impalpabile. Mi chiede di aprirla e di leggerla. Lo faccio, una lettera rossa scarlatta ha della letteratura intorno. Dentro, solo un foglio bianco con poche parole, scritte con carattere nervoso, instabile, ma comprensibile. “Dottori Marceddu subito deve venire pichì devo di rilevare di un omicidio e cosa molto brutta. Detenuto Perri Nicola, matricola 10345 Case Bianche, Asinara. Se vossia non vieni mi metto in sciopero della fame e mi faccio muorire.”
Lettere, da parte dei detenuti ne arrivano parecchie, solitamente per chiedere un trasferimento, per una clemenza legata al processo, per capire se ci sono le possibilità, per spiegare meglio alcuni passaggi molte volte incomprensibili, per giustificare le loro richieste apparentemente innocue ma che celano, a volte, fini diversi da quelli descritti. Ma una lettera del genere non l’avevo mai ricevuta. Non so neppure chi sia Perri Nicola e non credo di averlo mai incontrato. D’altronde l’Asinara non è un semplice istituto penitenziario ma un’isola dove tutto si miscela: acqua, sole, vento, silenzio; anime in panchina che attendono una strada da percorrere davanti ad un orizzonte che diventa uno steccato insormontabile. Almeno per i detenuti. Potrei chiedere alla segretaria il fascicolo del detenuto o potrei telefonare al Direttore. Potrei. Ma una lettera del genere è solo una partita a due, una sciarada da giocare tra me e Perri. Ne ho appena accennato al mio Procuratore e il Dr. Perra Tessiccai ha soltanto annuito. Domani, dunque, all’Asinara. L’idea, a dire il vero non è stata delle migliori. Il comandante della motonave Cantiello ci aveva subito avvisato: “oggi c’è mare” e dentro quelle parole si nasconde sempre un mondo controverso di suoni e di umori difficili da decifrare. Se ti imbarchi lo fai a tuo rischio e pericolo. Sarai sballottato, vivrai attimi di angoscia, svolazzerai tra le onde e il vento, annuserai il sale e ti inchioderai alle ringhiere sul ponte. Vedrai la prua caracollare verso un azzurro che è schiuma e spruzzi e acqua e gocce che ti inzupperanno sino a raggiungere Cala d’Oliva. Queste cose le impari dai racconti degli altri, da chi ogni giorno cammina su queste acque, da chi ci deve entrare costretto, per visitare i propri parenti detenuti, da chi non ci vorrebbe proprio passare su quest’isola.
C’è mare.
Affiora sulla prua della motonave e spruzza sulle facce di chi si trova sul piccolo ponte. Cala d’Oliva non è un porto sicuro. Un’insenatura che ripara dal maestrale ma con il levante non può farcela. Troppo esposto. Lo si capisce da subito, da quando il mozzo getta la cima verso un detenuto che prova a raccoglierla. Sono manovre convulse e ci si mette del tempo per bloccare la Cantiello. Il comandate osserva le manovre e urla. “Al massimo un’ora e si riparte”. Un brigadiere mi aspetta con la campagnola grigia d’ordinanza. Andiamo a Case bianche a sentire Perri Nicola. Perderò la Cantiello. E’ sicuro. Dovrò passare da Fornelli. Chi comanda, da queste parti è il vento. Perri Nicola ci aspetta sul muretto, seduto quasi a cavalcioni, dove, in lontananza, è possibile vedere Cala d’Arena. Bianca e spumosa, innaffiata dal levante che, intanto ha rafforzato. Il detenuto si alza e ci viene incontro. E’ un signore sulla cinquantina, tarchiato, occhi chiari, capelli radi, sguardo difficile da decifrare. Mi saluta e mi chiede di rimanere solo con lui. Accenno ad un leggero movimento e il Brigadiere capisce. Potevo incontrarlo all’interno dell’ufficio ma questa è un’isola dove anche il pubblico ministero ha colori e movimenti inusuali. Con Perra ci avviamo, in silenzio, verso Elighe Mannu. E’ questo luogo quasi magico a stratificare gli eventi. Un detenuto e un magistrato che camminano insieme, da soli, in una strada sterrata deserta. Dovrei avere paura, dovrei essere più prudente. Perri, mi ha accennato fugacemente il brigadiere, ha ucciso un uomo nelle campagne agrigentine in un momento di rabbia. Potrebbe riprovarci. Camminiamo così, tra il vento, il rumore del mare lontano e qualche pensiero confuso. Arriviamo a Elighe Mannu e ci sediamo davanti alla vecchia casa. C’era stata una diramazione con dei detenuti sino agli anni sessanta. Oggi è tutto abbandonato. “Allora, Perri, cosa vuol confessare di tanto importante?” Lo dico così, tra un rumore che non percepisco e una luce intensa che dipinge di sole la faccia di Perri. “Cosa malavola, Dottori Marceddu, brutta assai”. Miosserva muovendo febbrilmente le mani. Ha, probabilmente intenzione di raccontarmi qualche delitto commesso nella sua terra. “Cosa è successo Perri?” dico mentre mi alzo e osservo il mare. “Assassini, qui rintra sono una mannara di assassini”. “Qui dentro? Mi vuole dire che all’Asinara è accaduto un omicidio e nessuno se ne è accorto?” Il mio tono rischia di essere decisamente troppo duro, quasi feroce. Penso alla traversata, al mare, al dovermi recare a Fornelli, ad una giornata persa perché Perri aveva voglia di scherzare. “Si, accà, dottori, gente con cuore nicarieddu, senza anima, gente cattiva. Bestie, sono, animali sienza virgogna. I sardi, rapitori e assassini. Mi capisci dottori?” Gli elementi per comprendere, a dire il vero, sono molto frammentari. “Provi ad essere più preciso Perri”. “Dottori, a Bialetti sequestrarono e se lo uccisero. E lo manciarono anche”.
La situazione, devo ammettere, si fa più complicata di quanto potessi immaginare all’inizio. Perri rimane fermo e mi osserva con insistenza. Bialetti, se non ricordo male, è un industriale, ma non credo sia mai stato sequestrato dai sardi e neppure ucciso e addirittura mangiato. Luoghi comuni terribili che non restituiscono il buonumore. Provo a stare al gioco. “Perri, lei deve essere più chiaro. Chi è Bialetti, in quale diramazione si trova, perché è stato sequestrato e ucciso. Perri adesso nel rivolgermi lo sguardo mi restituisce una faccia aggrinzita, interrogativa. “Ma che dici dottore? Male mi spiegai. Bialetti è ‘u ciucciu chi travagghiava cun me. Sequestrato e ucciso e mangiato anche. Dai sardi.”
Ci sono rumori che raccontano le pieghe delle cose ed altri che ripercorrono attimi d’instabilità. Il vortice dei pensieri è dettato dal vento ed è delimitato non tanto dal mare quanto dall’isola, dal suo perimetro, dall’impossibilità di abbandonarla, da questa strana sensazione di abbraccio inusuale e non contraccambiato. Mi trovo in una vecchia diramazione, dove nessuno ci può raggiungere, schiaffeggiato da un vento teso, caldo, umido e con un detenuto che mi racconta di un sequestro e omicidio di un asino. “Perra, mi tolga una curiosità. Come fa ad essere sicuro che l’asino, Bialetti, è stato ucciso e mangiato?” Sembra felice della mia domanda. “Dottori, lui, Bialetti, non si muove dal postu suo. Ce lo dissi di non dare confidenza a nessuno e mino che mino ai sardi. Quelli mangiano tutto e u sceccu gli piace assai.”
“Ma l’asino si può essere allontanato e non ritrova la strada” rispondo mentre ci incamminiamo verso la diramazione. “Lo vede in dove siamo?” ribatte Perri, “da qui sino al faro a piedi sono andato e nienti ci trovai. Andai macari a Cala d’areni e nienti, andai a Punta della scomunica e macari da dove vedi tutta l’isola nienti. Ci gridai, ci feci o fischio e nienti. Il soffio non si vedeva”. Ascolto con una certa attenzione, cercando di capire, immaginando luoghi che non conosco. “Il soffio? Quale soffio, scusi?” “Dottore Marceddu, u sceccu muto è. Nun parla. Tira fuori una soffià, come una caffittera. Mi capisce? Ed è per questo che u ciamai Bialetti”. Il racconto cominciava ad assumere toni surreali. Perri mentre camminava si agita, si muove velocemente, vuole a tutti i costi spiegare minuziosamente e io, da buon pubblico ministero, ascolto in silenzio, tra il vento e la meraviglia di un’isola gonfia di mare. “Io a Bialetti ci vogghio bene assai. Come un figghiu dottori, ma lui è nato muto, sienza vuci e non parla con la vucca. Nienti. Sbuffa con u nasu e tira fora dai pirtusi come un vapori, un ferro botti pari. Mi faccio capiri dottori?”
Annuisco mentre provo a dare un senso a tutto questo. “Bialetti mi aspetta la matinata quannu esco dalla cella, la numero tre. Lui lo sape e sempre li si trova. Mi talia, sbuffa, e si avvicina a me e scennimmu a lu iardinu dove io ci do da mangiari, e macari da bere. Poi a sira ci facciamo un giro e lui sempri con mia è, non si fida dei sardi e mi accompagna alla cella e quando io vado ad entrari lui sbuffa e si ni va a dormiri vicino au iardinu che ci ho messo una cappata e lui sul muddizzu si butta. “Gli manca solo la parola”, aggiungo sorridendo. “Dottori lu ammazzarunu. Mi sono fatto persuaso chi i sardi se lo hanno mangiato. Essendo mutu nun poteva nipppure gridare.”
Giungiamo sul piazzale dove i detenuti sono seduti a farsi scorticare dal vento che adesso soffia impetuoso. Il Brigadiere Archittu mi aspetta sorridente e, senza che io chieda niente, progendomi la mano mi dice: “Allora, Dottor Marceddu, che ne pensa? “ “Dell’omicidio di Bialetti?” rispondo salutandolo e scrutando l’orizzonte spumoso che non promette niente di buono. “Guardi, Perri è un ottimo detenuto e non racconta frottole. L’asino è sparito. Questo è un fatto. Sulla sua uccisione e deventuale banchetto ho qualche dubbio, ma ho anche qualche indizio.” Camminiamo verso l’ufficio e lasciamo Perri ad attendere all’esterno. Sembra di essere in un villaggio messicano. Dove tutto sembra apparentemente immobile. E’ solo il vento a dirigere l’orchestra. “Essere giunto per risolvere il caso di un omicidio e trovarmi davanti alla sparizione di un asino, non è proprio la stessa cosa”, dico senza voler marcare troppo il tono. “Credo lei abbia ragione. Ma i detenuti hanno un modo melodrammatico di leggere le cose e per Perri, l’asino, rappresenta la libertà”. Mi rendo conto di navigare in un ambiente non molto conosciuto dai pubblici ministeri, impegnati come siamo a cercare verità, soluzioni e condanne per chi sbaglia ma non altrettanto attenti a capire il perché delle cose. In ogni caso adesso sono quest’isola, bloccato per il levante e posso utilizzare gli arnesi del mestiere per capire che fine ha fatto l’asino. “Mi parlava di qualche indizio”. Il brigadiere mi scruta con quella faccia accarezzata dal sole di quest’ isola e si accomoda dietro la scrivania zeppa di carte. “Ci sono due detenuti, Marreddu e Pirtis che possono aver sequestrato l’asino a Pirri.” “E per quale motivo?” “Invidia. Pirri è uno sconsegnato speciale. Esce presto la mattina, rientra tardi la sera. Fa poca cella e non ritorna neppure per pranzo. Gli consegniamo il vitto che lui si cucina nella casetta dell’orto. Praticamente non lo controlla nessuno”. L’invidia viene soppesata in maniera diversa a seconda delle latitudini. All’Asinara o meglio, in carcere, anche un’ora di libertà ha un peso specifico diverso rispetto all’esterno. Non capisco però perché due detenuti se la prendano con una bestia. “Perché nessuno ha cercato l’asino?” Chiedo alzandomi e scrutando dalla finestra il mare che continua a schiaffeggiare Cala d’Arena. “Bella domanda, Dottore. Perri, esattamente sei giorni fa, quando non ha visto l’asino è subito venuto da me. Gli ho suggerito di cercarlo nell’orto. E’ sceso e subito dopo è rientrato. Mi ha chiesto di poter parlare da solo e, vista la sua insistenza, l’ho fatto accomodare in ufficio e mi ha rivelato che, al posto dell’asino c’era un biglietto”. “Un biglietto?” chiedo. “Si, nel giaciglio dove Bialetti era solito sdraiarsi c’era un biglietto”. “E cosa c’era scritto in questo biglietto?, chiedo con malcelata curiosità. Apre un cassetto e mi consegna un foglio scritto a stampatello: Torno subito. Puoi pregare la Madonna per trovarmi. Ripongo il biglietto sul tavolo. “perché sospetta di Marreddu e Pistis?” chiedo al brigadiere. “E un messaggio criptico. Di poche parole. Marreddue Pistis sono detenuti taciturni ma sono gli unici, alla domenica che non vanno a messa”. “Non è un grandissimo indizio,” dico provando a uscire dall’ufficio. “Vero Dottore, ma li ho sentiti spesso dire che è inutile pregare alla madonna perché in galera quella non ti ascolta”. E’ una buona constatazione, penso mentre usciamo. Perri e si alza appena ci vede. “Allura Dottori?, chiede. “Perri, troveremo Bialetti anche con l’aiuto della Madonna”.
Il vento ha emesso il suo verdetto. Non si esce né da CalaReale e neppure da Fornelli. La Cantiello era riuscita a partire quasi subito dopo l’arrivo, quando io mi trovavo a Case bianche a risolvere l’enigma di Bialetti. Nel tardo pomeriggio ho chiamato dalla cabine telefonica del bar del paesello di Cala d’Oliva il mio procuratore e il Dr. Perra Tessicai ha dolcemente ironizzato sulla situazione suggerendomi di stare attento, di non essere affrettato nelle conclusioni e, soprattutto, di salvare la vittima. Con il Brigadiere Archittu siamo rimasti d’accordo che ci saremmo trovati la sera in foresteria dove un detenuto avrebbe cucinato qualcosa. Il direttore e il maresciallo comandante sono fuori sede. Le ore, a Cala d’Oliva trascorrono lente e tutto è regolato dalle onde, dal vento e da altri piccoli rumori che abbracciano l’isola. Dal bar alla foresteria, sul selciato si sente solo il rumore delle mie scarpe e il silenzio di questa terra. Un silenzio denso, pregnante, risoluto. Un forte e intenso silenzio. La cena è molto di più del semplice “qualcosa” promesso. Il detenuto Potreras Eligio, un trafficante di diamanti brasiliano, sa cucinare divinamente il capretto e fondere il pecorino sul caminetto. Ricordo bene la sua bravura perché era lo stesso detenuto che cucinava quando, con il mio procuratore, lo scorso anno avevamo incontrato, proprio in questa foresteria, i suoi amici giudici Falcone e Borsellino. Potreras è un detenuto sorridente, ammiccante, disponibile ma chiacchierone. Parla insistentemente del suo Brasile, del suo amore che lo aspetta, del sacchetto di diamanti scoperti a Fiumicino e ritiene il suo un puro peccato veniale. “Ma erano due miliardi di diamanti grezzi” puntualizza sorridendo il Brigadiere. “I diamanti sono fatti per l’amore e l’amore non si incarcera mio Brigadiere”, dice Potreras mentre comincia a sparecchiare. “Sa perché mettiamo gli stranieri in foresteria?” mi chiede nel momento in cui Potreras è rientrato in cucina. “Fanno colore” provo a ribattere. “No, semplicemente perché non capiscono. Ma Potreras è diverso e capisce molto bene. Anche troppo.” Aspettiamo che il detenuto abbia definitivamente sparecchiato. Ci lascia una bottiglia di vino sul tavolo, due bicchieri e un pacco di papassini. Capisce che è giunto il momento di congedarsi e dice con un sorriso “Alora, senores, io vado, buonanotte”. Il Brigadiere si alza, si avvicina al telefono e avvisa il centralino e la diramazione che il detenuto è appena uscito. Ritorna in cella senza custodia ma con piccole precauzioni. Archittu rientra, addenta un papassino e versa del vino nei bicchieri. “Ho sentito il maresciallo per telefono, dice. “Immagino non sia molto preoccupato per l’asino”, ribatto. “Non è così come dice lei, Dottor Marceddu. Mi ha detto che il problema era l’atto. L’asino è dello stato e non può sparire impunemente”. “Dobbiamo cercare l’asino?” “Beh, Dottore, lei può uscire domani mattina con il primo mezzo da Fornelli. Non è un caso da pubblico ministero”. “Vero,” rispondo. “Ma posso congedarmi anche nel pomeriggio. Magari lo troviamo così finiscono i sospetti per tutti e nessuno cade nel ridicolo”. “Come crede,” si affretta a rispondere Archittu. “Il problema,” aggiunge “ è che questo benedetto asino non raglia, ma sbuffa soltanto e l’Asinara non è semplice da rastrellare. Per trovare un asino, poi.”
“Potremmo cercarlo verso Trabuccato”, dico. “Domani mattina con la campagnola faremo un giro lungo, Campo Faro, Campu perdu sino a Cala tappo e poi Fornelli e Santa Maria. Ho l’impressione che l’asino è vivo. Lo troveremo”.
Mi piace questa determinazione, si avvicina al mio modo di vedere le cose, diametralmente opposto dal mondo del mio procuratore e completamente in antitesi con la calma e la tranquillità di questi luoghi. “Buonanotte, allora” aggiunge il Brigadiere Archittu mentre socchiude gli occhi e prova a regalare un piccolo sorriso. “Ne è rimasto un goccio” dico mostrando la bottiglia e versando il vino prima nel suo bicchiere e, successivamente nel mio. “Il problema per il maresciallo è l’atto” dice quasi imitandolo. “Come se fosse facile. Questo è un posto di delinquenti, rapinatori, sequestratori, molti di loro consegnati. Lo sa dottore che questi conoscono l’Asinara più di noi agenti di custodia. Non siamo nel quartiere migliore della città”. “Il maresciallo ha toccato un punto nodale” aggiungo mentre dico al brigadiere di seguirmi verso gli scogli. “Vede, Brigadiere il detenuto Perri, a suo modo, ha chiesto aiuto alla giustizia, lui che dalla giustizia è stato condannato. Lo ha domandato perché qualcuno ha commesso un atto deplorevole. Ha sequestrato un asino e lo ha minacciato.” Adesso siamo davanti agli scogli, a sentire il mare che, come un bambino stanco per aver giocato troppo, sembra come fermarsi. Sento il suo respiro lento, il rumore di sottofondo, l’accarezzare delle onde. “Il vino è finito”, dico. “Domani andremo a cercare l’asino. E lo troveremo. E’ la mia prima indagine all’Asinara e non possiamo fallire.”
Il mare avvolge le mie ultime parole e, mentre stringo la mano al brigadiere osservo quest’acqua che, con infinita dolcezza leviga le pietre. Domani saremo alla ricerca dell’asino che non raglia. Però sbuffa. Come una caffettiera.
E’ notte. Rimango accovacciato sugli scogli a sentire il rumore del mare che lentamente prova ad addormentarsi. Le luci di Cala d’oliva sono piccole candele smorte e le onde lunghe che accarezzano la terra sono l’unico rumore che percepisco. Insieme a infiniti pensieri che vagano dentro quest’isola. Di gente che ha sbagliato, non ha futuro, disperata, arroccata, detenuta. I sogni avvolgano quest’isola verso un’unica via di uscita: la libertà. Perri è, per esempio, una metafora dell’Asinara. Estraneo, siciliano, figlio di un’altra isola. Ha commesso un omicidio. E’ in carcere da tempo e si è costruito una sua libertà: l’orto, il vento, il mare e l’asino. Non c’è molto altro nel suo universo. Ma l’Asinara è un carcere che restituisce i colori e, a suo modo, nel perimetro che ti racchiude, ti regala una lunga dose di emozioni. Bialetti, l’asino che sbuffa, è il cordone ombelicale con la vita e il concetto di libertà: Perri respira quando vede il soffio dell’asino e quel soffio dobbiamo trovare.
I sogni sono momenti di vita sospesa. Lo penso mentre di primo mattino mi sono alzato e, dopo la doccia, ho deciso per una passeggiata verso Punta Sabina. E’ un’alba dolcissima, fresca, colma di pace e di silenzio. I rumori sono come amplificati. Quando arrivo alla curva che mi regala la vista di una spiaggia piccola e bellissima, mi immagino di essere in un luogo inesistente. Una Avalon gonfia di nebbia e di sole. Il brigadiere mi attende al Bar dove i rumori delle tazzine e il vociare degli agenti appena sbarcati, pasticcia quel silenzio etereo che domina quest’isola. “Qual è il programma?” chiedo davanti alla tazzina di caffè e davanti agli sguardi interrogativi degli astanti. “Ho sentito i due sardi”, dice il Brigadiere, “loro affermano di non aver toccato l’asino e non sanno nulla”. “Beh”, rispondo, “è naturale si difendessero.”
“Sostengono però che l’asino è vivo”. “Perché?” chiedo.
“Il messaggio è chiaro. L’asino ritorna e ci sono gli elementi per trovarlo”. Un’indagine, per quanto inverosimile, assurda, difficile, incomprensibile, impenetrabile ha comunque un punto di partenza, un vicolo da cui partire. Occorre analizzare i fatti e comprendere dove si annidala possibile soluzione. Non ci sono prove e un asino che non raglia è una vittima difficile da scovare. Ma lo erano anche i sequestrati bendati, lo erano alcune vittime che venivano tenute negli scantinati. I fatti ci dicono che l’asino è sparito, Perri, il suo padrone adottivo – in quanto l’asino è dello Stato – ne ha denunciato la sparizione ma, nel contempo, ha ricevuto un biglietto scritto dall’asino il quale dice “torno subito”.
“Tutto ha un senso “ dico mentre giungiamo alla sbarra di Trabuccato e dove un agente, dopo aver ben controllato la campagnola ci saluta e ci lascia passare. “Bisogna saper leggere”.
“Non capisco però che c’entra la Madonna” aggiunge il brigadiere tra le buche che sconquassano la schiena della strada sterrata che porta a campu Perdu. “Abbiamo un asino sparito che, ironicamente ci afferma che torna subito e per risolvere il caso dovremmo rivolgerci alla Madonna” dico sempre più interessato all’indagine.
“Ecco. Potremmo partire da qui”, risponde Archittu mentre ormai stiamo per raggiungere la seconda sbarra, quella di Campu Perdu, “dalla madre di Dio”. “Potremmo verificare se da qualche parte c’è la statua della Madonna, una frase tipo Santa Maria, prega per noi” aggiungo quasi parlando a me stesso.
Il brigadiere mi guarda e non risponde. Aumenta l’andatura considerevolmente. “Santa Maria. Ecco la soluzione”, dice il brigadiere continuando ad accelerare e sollevando un polverone che quasi sporca questa piccola striscia di terra tra il niente e l’infinito. Osservo in silenzio la campagnola che si arrampica verso nuove curve e in direzione di un nuovo mare sino a raggiungere la spiaggia più grande e sontuosa: quella di S.Andrea. Me la ricordavo appena e non avevo notato quegli scogli levigati sulla spiaggia che appare come dipinta. Dopo la giornata di levante oggi dormicchia serena. Fornelli sulla destra e, alla sua sinistra Santa Maria appaiono come d’incanto, così come appare un nuovo lembo di terra che sembra quasi salutarci: la Sardegna e, in mezzo, l’isola piana. Arrivare al molo di Fornelli è come giungere alla fine del mondo. L’ombelico che si chiude e si raggomitola avvolgendo tutta l’isola. Non abbiamo più parlato e non ho neppure pensato quale possa essere la soluzione. Mi mancano sicuramente alcuni elementi che solo chi vive all’interno dell’Asinara può comprendere. Giungiamo alla piazza davanti alla diramazione di Santa Maria e veniamo accolti da un brigadiere giovane, che non conosco. “Dottore, il Brigadiere Deiru” dice Archittu. “Marceddu, Claudio Marceddu, rispondo stringendo la mano. Parlano fitto e sottovoce poi Deiru sparisce per comparire subito dopo con un detenuto basso, capelli lisci e untuosi. “Gli presento il detenuto Polittu Marieddu”. “Piacere” dico mentre il detenuto rimane fermo, in piedi, senza porgermi la mano. “Marieddu è pastore in questa diramazione”, ci comunica il Brigadiere Deiru e trasporta il latte con il trattore e il carrello tutte le mattine in centrale. “Quando lei ha citato la preghiera della Madonna”, aggiunge Archittu, “ho capito che la soluzione era nascosta nel nome della madre di Dio. A Santa Maria, infatti, c’è un carrello che trasporta latte e ma, soprattutto, a Santa Maria abbiamo Zuccherixedda.” Il Brigadiere Deiru si affretta ad aggiungere: “Il mese scorso Polittu mi dice che Zuccherixedda, l’asinella della diramazione, era troppo sola e gli serviva il fidanzato. Mi dice che l’asino è a case bianche e potrebbe andare bene. Ma c’è il detenuto Perri che non ne vuole sapere.” “E voi, con la complicità del detenuto trattorista decidete di sequestrare l’asino?” dico, mostrando un certo disaccordo. “No, dottore. Le cose non stanno proprio così. Vengo a sapere che l’asino era stato autorizzato per il trasporto e che doveva essere rimandato indietro dopo l’accoppiamento. Per rassicurarmi telefono a case bianche dove non c’è Archittu ma il suo sostituto, l’appuntato Melis che, per paura di sbagliare e per non andare contro al suo brigadiere, avvalla la richiesta. “L’asino dove rientrare subito ma c’è stato un problema”, aggiunge quasi sottovoce Deiru. “Quale problema?” chiedo ormai quasi sconfitto dagli eventi “Bialetti non raglia e così anche Zuccherixedda, per complicità, ha deciso di non ragliare e solo stamattina siamo riusciti a trovarli”. “E come avete fatto?”
“Il soffio. Il buon Bialetti, forse perché troppo innamorato, ha eruttato più del previsto e Polittu ha intravisto finalmente il gettito e i due amanti sono stati rintracciati e riportati in stalla dove adesso si trovano. Restava solo da risolvere l’enigma del biglietto. “Il biglietto è opera del detenuto della foresteria.” Ecco la frase di Poterars, ieri sera: L’amore non si incarcera, mio brigadiere” Capisco, da subito, che tutto sarà cancellato in fretta nelle pieghe di questa Avalon sospesa tra le acque. Stringendo la mano al brigadiere Deiru chiedo soltanto: “E come lo chiamiamo l’asinello?” “L’incontro tra bialetti e zuccherixedda è stato, troppo breve, e quindi il caffè non può essere che ristretto”.
Il sole abbraccia gli eventi e colora le facce. Le storie, come sempre se le nasconde il cielo mentre il mare, rannicchiato, lentamente, molto lentamente, sorride.
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ps: il mitico capo diramazione di Santa Maria è Giommaria Deriu. Prima o poi ci doveva finire in un racconto dell’Isola….