
Sarà tutto bollato come il solito “fighettismo di sinistra”. La piazza, gli intellettuali, quelli giusti, i comici, quelli bravi, i politici, quelli seri, i cantanti, quelli veri, gli attori, quelli tosti. Un mondo di fighetti che sono partiti dal vecchio slogan “Con questa classe dirigente non vinceremo mai” sino a giungere a quel “non perdiamoci di vista” sempre coniato da Nanni Moretti, il fighetto e radical chic per antonomasia. Questa narrazione la trovate sui quotidiani di quella destra caciarona, urlatrice, prona a quanto dicono Meloni e i suoi accoliti, non ultimo quel gran genio di Andrea Delmastro, sottosegretario alla giustizia e specializzato in autogol nella propria porta (difesa ad oltranza da un’irritatissima Giorgia Meloni) il quale è diventato più bravo dell’immenso Comunardo Nicolai. Quindi i fighetti non piacciono anche se non muovono voti, anche se sono sempre nei salotti radical di La7 e nel salotto più fighetto di tutti, quello di Fabio Fazi, mentre la “gggente” si occupa di altro e non frequenta salotti e piazze.
La domanda è però un’altra: serve davvero scendere in piazza per un’Europa unita? Certificando, di contro, che quello di vivere insieme è una necessità e non più uno slogan? Personalmente ho frequentato molte piazze. Da studente, da lavoratore, da semplice cittadino. Ho partecipato a volte con passione, altre volte con tristezza e qualche volta con disperazione. Ricordo, per esempio, quel 16 marzo 1978, ad Alghero, a manifestare contro il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta. È stata la piazza più dura, la manifestazione più rabbiosa e quei giorni, in quei tempi, camminavamo tutti con i pugni in tasca, senza sapere che cosa ci riservasse il futuro. Ma una cosa, in quei giorni, nei giorni di Moro, la capimmo: anche il silenzio, se utilizzato in piazza, serviva. E servì. Per schierarsi, per dissentire, per dire che le Brigate Rosse non potevano e non dovevano vincere. Perché la piazza aveva un senso, un unico senso. La forza della gente.
È quello che dovrebbe essere, stasera, la piazza per l’Europa di Roma. Non rappresenta il fighettismo di sinistra, l’indolenza, le divisioni, le contrapposizioni. Quella piazza ci vuole raccontare qualcosa e quel qualcosa lo dobbiamo mettere nel conto: la pace passa anche da quelle parti, il dissenso passa soprattutto da quelle parti. Ci saranno molte voci dissonanti ma, vi prego, quella piazza serve per gridare basta alle scelte dei pochi, alla divisione del mondo in due, al massimo tre blocchi. Quella piazza è il minimo comune multiplo delle scelte per il nostro futuro. Non servono più armi per scrivere una pace. Serve la convinzione di esserci, di dire al mondo: noi ci siamo. Non siamo i fighetti di sinistra. Siamo la piazza, siamo la vita, siamo il futuro, siamo l’Europa che dovrebbe lavorare per il disarmo, per continuare la linea della pace cominciata alla fine della seconda guerra mondiale. Se dovessimo riuscirci, se dovessimo partire da queste piccole considerazioni, allora quella piazza sarà davvero figa e non semplicemente fighetta.