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Gabbia.

Gabbia.


È brutto dirlo. È brutto scriverlo. È brutto pensarlo, immaginarlo.

Quell’evento digitale (lo hanno chiamato così), in cui una ministra del governo Trump si è esibita mostrando un berretto blu da baseball, una maglietta bianca candida, un Rolex Daytona d’oro da 50 mila euro e, dietro di lei, il gabbione con dei venezuelani deportati in El Salvador, è portatore di sgomento e cinismo. È un condensato di cattiveria, cialtronaggine, di tristezza assoluta.

Ho visto, per mestiere, persone dietro le sbarre, per lo più colpevoli di reati, ma anche imputati che, nel tempo, sono stati giudicati e assolti. Mai è venuto in mente, a nessuno degli operatori penitenziari, di pensare a una foto così orribile, indecente, cattiva, inutile e disumana. Perché anche in carcere, in Italia, esiste ancora il senso del pudore. 

Questo video, queste foto, sono anche peggio: quegli uomini non sono colpevoli o innocenti. Sono disperati. Mettersi davanti a loro con un Rolex che vale il sostentamento per settimane e mesi di moltissime persone è indegno, contro qualsiasi idea umana, anche minima, anche primordiale.

Per la ministra del governo Trump, questi tatuati sono “illegali” e chi prova a varcare il suolo statunitense finirà nella gabbia insieme a loro. Nella gabbia, ha detto. Nella gabbia.

E io, che per quarant’anni ho calpestato sezioni, celle, cortili di passeggio di molte carceri italiane, mi sono vergognato a sentire una persona utilizzare il termine “gabbia” parlando di esseri umani.

Mi sono vergognato e mi sono chiesto: ma davvero questa è libertà? Davvero questa è la democrazia? Davvero c’è gente che difende questo governo? Davvero c’è qualcuno che approva il metodo Trump? Davvero, in un paese che si reputa libero, si mettono gli uomini in gabbia? Davvero c’è qualcuno che può continuare a dire che Trump fa solo propaganda?

Davvero? Non posso dire “se questi sono uomini”, perché lo sono. Mi chiedo, invece, se questa è una donna, un essere umano.