
Mi piace pensare al plurale. Fa parte del mio essere al mondo. Donne e non donna. Soprattutto oggi, giornata di riflessione e non di festa. Ho accettato un invito bellissimo che mi ha riempito di gioia: una serata speciale a casa delle “dragonesse”, donne speciali con la forza della resilienza, con il coraggio di saper intraprendere un viaggio in una strada in salita e con troppe curve. Ho imparato, da loro, a saper sorridere e non a sorridere, a saper cogliere le cose piccole, infinitesimali, ad avere il coraggio di parlare anche della propria malattia, dei passaggi, mai facili, densi di speranza e piccole felicità.
Abbiamo condiviso una serata quasi magica, in compagnia di una donna inesistente, di quelle che capitano per caso nei racconti di uno scrittore. Eppure, alla fine, Donna Matilde sembrava essere anch’essa una dragonessa, una che non ci sta ad essere comprimaria, a stare zitta, al ruolo subalterno che la società ha disegnato in maniera errata. E ho capito, insieme a Donna Matilde, che gli uomini (anche qui al plurale), nella loro immensa semplicità, non riescono mai a mischiare i colori.
Ci vogliono le donne a pasticciare la vita, a renderla unica e irripetibile. Ci vogliono le dragonesse a disegnare archi d’amore e di passione. Ecco perché anche Donna Matilde è diventata una dragonessa. Come Sandra, Rossana e ancora Rossana, Salvina, Maria Vittoria, Vittoria, Caterina, Cristina, Patrizia, Giovanna e Monica. Come tutte le donne, dragonesse determinate in un mare spento di uomini che pensano, ingenuamente, di essere draghi e sono solo stonati specchi riflessi, incapaci di pensare al plurale.
Donne.
È bello stare insieme a loro.