
Non conoscevo Tommy Cash e, sinceramente, la sua canzone “espresso macchiato” non mi sembra così scandalosa da sollevare polemiche per lesa maestà degli italiani. Direi, invece, che ha un ritornello furbetto e ammiccante che serve a ricordare un qualcosa che Edoardo Bennato bollerebbe come “canzonetta”. E allora? È solo un gioco tutto italico di trovarsi sempre sotto attacco: dalle etichette del vino, la carne di plastica, la canzone di un estone. Tutti contro “l’eccellenza” italiana e a questo punto tutto rischia di diventare stucchevole. Che il vino, bevuto oltre il bicchiere, non faccia proprio bene lo sanno un po’ tutti e scriverlo nelle etichette sembra una di quelle sciocchezze che non servono praticamente a nulla (come non servono, a quanto ne so, le foto e le scritte sulle sigarette) ma di contro, affermare che bere due litri d’acqua al giorno fa molto male, si rischia la brutta figura galattica (o, almeno in tutto il mondo terraqueo). L’espresso macchiato è, invece, oltre che una canzoncina simpatica, anche un voler ricordare che noi italiani per il caffè abbiamo un amore non proprio eccezionale: lo tradiamo sempre e comunque. Macchiato, lungo, corretto, ristretto, in vetro, americano, con panna, con latte, con miele. Tutto ruota intorno alla nostra creatività. E la canzone di Tommy Cash rimane solo una canzone. Perché il caffè, dalle nostre parti, è una cosa solo apparentemente seria