
Rimpiangiamo i tempi passati solo perché siamo sicuri che non possono più tornare. Forse perché era più consolatorio osservare le nostre vie, i nostri centri storici, pasticciati da persone che si ritrovavano nelle piccole botteghe, fulcro di un’agorà che oggi non esiste più in nessuna città. Siamo stati divorati dai “non luoghi”, spazi non identitari, centri commerciali dove tutto è a portata di mano. È un’altra epoca, contrapposta alla precedente, che ha visto crescere gli individui con il telefono fisso, mentre oggi si fissa il telefono. Sono spariti i piccoli negozi, quei “bazar” confusionari dove era possibile acquistare la merce sfusa o, a “segnare”, nel senso che si poteva chiedere un credito settimanale o mensile al commerciante che capiva le necessità delle persone.
I centri storici di oggi hanno altri colori e nuove vetrine: ci sono più servizi di ristoro, B&B, più spazio per lo spritz e meno tempo per le chiacchiere. Manca la sfera pubblica a vantaggio di quella privata. Nei nuovi templi del “food and drink” difetta lo spazio per i bambini, i giochi, le urla, quel movimento lento che raccoglieva bricioli di vitalità e che portava a un’identità paesana, accogliente, avvolgente. Ci si conosceva e ci si rispettava. Anche il tempo aveva la sua importanza: se nella ferramenta non c’era quel martello che si desiderava, si ordinava e si aveva la pazienza di attendere. Non c’erano i corrieri che distribuivano pacchi in ogni momento.
Qualcuno ricorda gli acquisti del concentrato “sfuso”, della mitica crema “rosa”, delle caramelle a “pezzi”, del latte della signora Maria e dei bambini in fila con la bottiglia di vetro? Quei negozi non ci sono più, perché la storia non si ferma e perché tutto, in pochissimi anni, si è modificato. Eppure, in questi mega-store, dove tutto è a portata di mano, perennemente scontato, gioioso, bellissimo, c’è un fattore che manca e che molti ricercano: il fattore umano. Di recente l’apertura di un grandissimo distributore del “fai da te” a Sassari ha messo in evidenza la mancanza di persone in grado di fornire informazioni. Sembra che la gente, paradossalmente, vada alla ricerca di quella rassicurazione antica, di quel contatto con il venditore che oggi, di fatto, è inesistente. I negozi nel centro storico erano la cornice sociale di una vita “minimalista” che non c’è più. Occorre, però, ridisegnare la dimensione “micro”, riportando l’interesse per i “negozi al centro”. Le nuove botteghe devono rispondere a diverse esigenze, diventare empori con offerte variegate per incuriosire le nuove generazioni elettroniche e veloci. Si potrebbe pensare a trovare degli spazi dove è possibile discutere, bere un caffè tra l’acquisto di una maglietta o un trapano, ascoltare musica, costruire un nuovo senso di appartenenza: andare in centro deve significare poter incontrare gli altri, in assoluta sicurezza. Occorre chiudere al transito delle auto i centri storici e convincere che camminare con la giusta dose di lentezza non solo è utile, ma è necessario. Aprire nuovi negozi, nuovi punti di incontro e di aggregazione, ovviamente, non basta: bisogna vivere e partecipare attivamente attraverso l’interesse dei municipi, che devono saper animare quelle vie oggi quasi deserte e che vogliono, fortemente, risentire le urla dei bambini, il chiacchiericcio degli avventori, il rumore della lentezza. È una piccola scommessa che si può vincere solo se siamo in grado di riprendere in mano il telefono fisso e smettere di fissare il telefono. La vita è fuori, tra le vie della città, tra i negozi e la bellezza delle piccole cose.
articolo apparso su “La Nuova Sardegna” del 4 aprile 2025
Questo articolo è stato scritto il venerdì, Aprile 4th, 2025 at 20:40
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Tags: architettura, bellezza, città
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