
Il kit di sopravvivenza diverrà il must dei prossimi anni, almeno in Europa. Non ci avevo mai pensato a cosa portare con me in caso di una calamità naturale o, addirittura, in caso di guerra. Non siamo stati abituati alle emergenze e nessuno di noi ha effettuato prove antisismiche, fughe dalla città, messa in sicurezza della famiglia. Il terremoto, l’uragano, l’attacco nemico, i marziani ci coglierebbero, a noi europei, alla sprovvista. Sapere che abbiamo una commissaria per la gestione delle crisi (e questa è, a suo modo, una notizia non so se positiva o negativa) che ha mostrato, in un video un’ipotetica borsa di emergenze dove c’era un coltellino multiuso, una powerbank per caricare il cellulare, acqua, cibo, documenti, accendino, una radio a pile e soldi in contanti, dovrebbe consolarci. Tutti oggetti che garantiscono la sopravvivenza per “almeno 72 ore”. E dopo? Me lo sono chiesto perché, posto che si riesca a rimanere vivi con il kit della belga Hadja Lahbib, dove ci rechiamo? Come ci organizziamo? Siamo in grado di farlo? Dove sono le istruzioni per l’uso del mondo? Sono convinto che, come sempre, il disordine costruirà le possibilità di guardare al futuro in maniera propositiva. I nostri avi sono sopravvissuti a questo. Noi, però, non siamo abituati e son convinto che i nostri pargoli non riuscirebbero ad utilizzare il coltellino svizzero o accendere e sintonizzare una radio senza aver visto un tutorial su YouTube che, nel caso di catastrofe o guerra, ahinoi, non funzionerà.