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Schwa

Schwa

Il tema è sicuramente dibattuto, e forse lo è ancor più per me, che appartengo alla generazione “boomer” e ho sempre avuto una certa distanza dall’uso degli asterischi. Mai, nei miei scritti, ho fatto ricorso allo schwa (la “e” rovesciata), o forse, più semplicemente, non mi sono mai posto il problema come qualcosa di cruciale. È chiaro che il dibattito in alcuni ambienti, soprattutto sui social e in certi “salotti” culturali, è particolarmente acceso, e mi rendo conto che esprimere un’opinione a riguardo comporta il rischio di essere travolto dagli insulti virtuali di certe persone.

Però, per quel poco che vale il mio pensiero, sono  d’accordo con la circolare varata dal ministro dell’Istruzione Valditara, che ritiene, nelle comunicazioni ufficiali, “imprescindibile il rispetto della lingua italiana”. C’è stata, tempo fa, la risposta dell’Accademia della Crusca,  che ha consigliato di “evitare un suono che non esiste nel linguaggio parlato” e, dunque, se i custodi della lingua suggeriscono di restare su un cammino diciamo “classico”, il Ministro ha voluto soltanto sottolineare questo passaggio. Personalmente ho molta difficoltà nel leggere testi che utilizzano asterischi e schwa, alla lunga li trovo “pesanti”. Così come non sopporto l’uso gergale di alcune parole: xchè, tvb, R.I.P. che sono entrate anch’esse nel linguaggio parlato dei social. Ci sono delle regole che possono essere utilizzate per un linguaggio più inclusivo: evitare il maschile singolare, l’articolo determinativo prima dei cognomi di donne (errore in cui incorrono nel linguaggio parlato tutt*, giornalist* compresi: la Meloni e non Meloni, per esempio) e provare a scrivere, magari, in maniera più comprensibile. Questo ultimo consiglio è rivolto a tutt*, me compreso.