
E alla fine, come sempre, si sono impiccati sulla parola, sul termine, sulla definizione, sul cappello da spaccare in otto, sedici, ventiquattro parti. Si sono ritrovati sul nulla cosmico a banchettare sui resti di una sinistra che non ha una rotta, un’idea, una visione. Niente. Il documento del Partito Democratico parlava di piano del riarmo europeo che andrebbe “radicalmente” modificato. Quel radicalmente ha fatto infuriare l’ala centrista del PD, che voleva assolutamente edulcorarlo, contro la linea dettata da Ely Schlein e dalla sua segreteria, sempre più in rotta nel partito, che ormai ha mostrato la realtà: è una mela spaccata in due. La soluzione di andare a congresso, dove “lì si vedrà chi ha più filo da tessere”, è di una tristezza assoluta, di un allontanamento dal paese reale che, guarda neppure sbigottito, ciò che accade in quella che una volta era la sinistra di Enrico Berlinguer e che, adesso, si impicca sulla parole, perdendo le nottate in questi inutili e fastidiosi panegirici. Sono troppo anziano per arrovellarmi e farmi venire il mal di pancia. I troppo giovani, invece, non si pongono neppure il problema del termine. Non interessa a nessuno se nel documento finale ci finirà la parola “radicalmente” o un suo sinonimo. La cosa più semplice da dire sarebbe stata una sola: siamo contro il riarmo, non barattiamo il mantenimento della pace con la spesa di 800 miliardi per una difesa da un nemico che, sinceramente, non c’è all’orizzonte. Il termine “radicale” lo utilizzerei, fossi uno del PD, per chiedere una tregua definitiva al massacro di Gaza, per esempio. Da quelle parti serve un coraggio “radicale”. Che non c’è. Siamo tutti impegnati a cambiare la forma, a sporcarci le dita con l’inchiostro, e a non guardare il sangue che scorre in tutte le guerre dimenticate nel mondo. Siamo destinati alla sconfitta. In maniera radicale.